Nel viale del ritorno…

Camminava a passo svelto, nel viale, a pochi metri ormai da casa. Il ticchettio prodotto dai suoi tacchi si diffondeva nella campagna umida e fresca della notte, generandole una leggera inquietudine. Era quel vento da periferia, che nessun edificio alto poteva rallentare, a smuovere foglie, rami, fili d’erba, in un concerto da sonata di primavera. La natura attorno a lei gemeva e sospirava e bastava questo a rendere quel vialetto, il viale del ritorno, meno sicuro, più angusto, improvvisamente meno familiare, minacciato dalle ombre delle paure infantili. “Non vedo l’ora di essere a casa”, pensò. “Voglio tuffarmi nel letto e non pensare più a nulla, voglio solo lanciare via le scarpe, chiudere gli occhi, stare stesa. Dimenticare tutto.”.

Nel frattempo la sua mano cercava le chiavi nella pienezza straripante della sua borsa. Libri, scontrini accartocciati, l’agenda consumata, trucchi sparsi, numeri di telefono annotati a mano, biglietti da visita, fazzoletti, sguazzavano come pesci nel mare della confusione. Era lei a desiderare l’ordine e poi boicottarlo sistematicamente, lanciando tutto ciò che le capitava per mano nella sua borsa, alla rinfusa, in quel buco nero sempre affamato. E finalmente eccolo, il metallo freddo della chiave giusta, che infilò con sicurezza nella serratura della porta. Sapeva calibrare bene l’apertura di quella porta, lo aveva fatto tante volte e mentre il polso girava leggermente verso destra lei già anticipava quell’odore e il calore stantio da finestre chiuse.

Era a casa. Poteva richiudere la porta e con essa il viale del ritorno, le paure, le ansie di quelle assurde giornate. Con un gesto chiudeva fuori il mondo intero, proclamandosi benvenuta, unica regina di quello spazio.

“Quando arrivi?” “E quando riparti?”

Quando i miei genitori acquistarono il primo computer con un modem 56K ricordo che prima che la schermata iniziasse visualizzare qualcosa che avesse un senso, avevo tutto il tempo di togliermi la giacca, sistemare i libri, andare in bagno, tornare e “fare uno squillo” al mio fidanzatino dell’epoca, secondo la moda vigente.
 
Ritrovarmi oggi nella Berlino iper-connessa senza una connessione internet invece, mi genera uno strano senso di isolamento, come se mi stessi perdendo una festa a cui partecipano davvero tutti. 
 
Fuori dall’online non mi é rimasto che passeggiarla Berlino, in queste settimane generose di sole. E lei mi si é presentata davanti come sempre fa, in tutto il suo potenziale di mistero, con una lunga serie di fotogrammi rapidi e frammentari, al punto da rendere l’individuazione di un senso unitario totalmente vana.
 
Il club mate e il fumo nei locali, il chiacchiericcio turco, l’odore di cannella fuori dalla Bäkerei, gli scantinati le cui pareti trasudano calore e liquidi. Le giovani coppie con i bambini e i passeggini fotonici, i colori dei murales, la chiusura del Tacheles, le code al Job Center, i giardini nell’immenso prato di Tempelhof, le metro gialle che vanno tutto il weekend, Maurpark la domenica, i tedeschi che amano il gelato, gli italiani e i loro passaparola, i blog italioti, la musica che ritma all’impazzata nelle macchine arabe, il senso di mediterraneo che solo a Neukölln, i buchi nelle calze delle ragazze, quel senso di macerie e ferro che le viscere di Berlino vomitano.
 
 
Ed è lì che tu da italiano, isolano e paesano ti senti spiazzato, giacché una piazza grande qua non c’é e nemmeno un centro di gravità permanente. 

E poi rientri a casa, per qualche giorno e sai che ti attendono i “Quando arrivi?” e “Quando riparti?”. Sono le prime immancabili domande che ti vengono rivolte, a volte prima l’una poi l’altra, altre volte assieme in una combo da agenzia turistica. E paziente tu ripeti il ritornello in automatico, arrivo mercoledí e riparto domenica. Sí mi fermo poco, devo lavorare. E da lí, secondo un consueto rituale, la discussione sulla tua vita altrove, ricamata da tanti luoghi comuni, puó iniziare. “Stattene in Germania che lá c’é lavoro”, “certo che come si mangia in Italia non si mangia da nessuna parte…”, “scommetto che lá di sole ne vedi poco, eh?”.

E io sorrido e mi si scalda il cuore, perché questo ritmo e queste parole fanno parte dei miei rientri e ci sono affezionata cosí come agli odori, ai sapori e ai luoghi. Mi diverto a seguirle queste conversazioni piccole del paese mentre Berlino é lí, bum bum bum, che martella in sottofondo, lontana e presente.

Torno a casa e osservo come la vita del paese sia stata toccata dalla modernità solo a un livello superficiale. Sembra che il tempo delle connessioni in fibra ottica, dei network, delle start up, del social, del 2.0, esista solo nelle immagini rarefatte e irreali di istagram che ritraggono un mondo diverso da quello reale. E quell’agglomerato di case nella montagna mi appare improvvisamente come un adolescente, che desidera sentirsi come gli altri mentre in realtà é alla ricerca di una nuova identità in tempo di cambiamenti.

Ho fatto anche io l’adolescente che vuole omologarsi al resto del mondo, ancora mi piace ripercorrerne le tappe di quel vivere disperato e intenso, confuso nei dubbi e nei conflitti.
Il mio oggi é un gomitolo di desideri da districare e scegliere, in un percorso di riscoperta di me stessa proprio nelle cose che mi riescono meglio, quelle che mi fanno sentire viva.
 
Sono le cose in cui io sono io. Sono anche il mio paese e quel bisogno di tornare a casa, dopo anni giovanili di peregrinazione, movimenti e viaggi.
 
Quando arrivi?
Ancora non so.
 
Quando riparti?
Questo, soprattutto, non so.

Ma lo sguardo è là, verso il mare.

Come é profondo, il mare.
 
 
 
 

Liebster Award!

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Ho trovato diversi giorni fa la nomina a Liebster Award, scoprendo l’esistenza di questa simpatica iniziativa della blogosfera che promuove i neo-nati blog, con meno di 200 followers. Un grazie di cuore intanto alla nominante Stefania Coco Scalisi, autrice del blog http://lovelychitchat.wordpress.com/, che mi ha scelta tra le bloggers, ed ecco l’elenco delle regole da seguire per parteciparvi:

 

  • ringraziare e linkare il blogger che ti ha nominato e il suo blog
  • rispondere alle 10 domande poste da chi ti ha nominato
  • nominare altri blog che hanno meno di 200 followers
  • ricreare 10 domande
  • comunicare ai nominati la loro la nomina.

 

Ed ecco le domande di Stefania a cui ho dato risposta;

1. Se fossi un cibo, quale saresti?

Mmm, non so…un bel piatto di lasagne?

2. Il tuo libro del cuore

Domanda difficilissima. Non posso scegliere tra i miei tanti amori. Posso dire che Cent’anni di solitudine, Casa di bambole e l’Idiota occupano sicuramente un’attico con vista nel mio cuore.

3. Quale è la tua parola preferita

Libertà

4. Il lavoro dei tuoi sogni

Quello di buona parte dei blogger, credo. Scrivere e potersi pagare da vivere con esso. Lavoro da sogno per sognatori DOC.

5. Quale è il tuo desiderio più grande

Mi piacerebbe mettere in piedi un progetto che mi appartenga per tutta la vita. Svegliarmi per occuparmene, lasciare che si evolva, che cresca con me.

6. Il tuo quadro preferito

Il compleanno – Chagall

7. Se fossi un accessorio quale saresti

Un bel bracciale avvolgente d’argento

8. Quale è la frivolezza a cui non puoi resistere

Lo spettegolezzo superficiale e no politically correct con le amiche. Fa bene al cuore.

9. Bianco o nero?

Entrambi

10. Il viaggio che vorresti fare

Al momento la Turchia, ma se chiudo gli occhi e penso ai viaggi della vita ci ritrovo sicuramente la transiberiana, l’India, il Sud America, Cuba e il Giappone

 

Ed ecco qua invece la lista di domande che vorrei fare ai blogger che nomino:

 

  1. Vinci alla lotteria, quale è in assoluto la prima cosa che ti viene in mente di fare?
  2. Di quale attore/attrice avresti voluto vestire i panni almeno una volta nella vita?
  3. I tre valori su cui basi le tue scelte
  4. Una buona ragione per vendere l’anima al diavolo sarebbe…
  5. Il tuo luogo-rifugio preferito
  6. Quale fiaba, favola o racconto ti ricorda la tua infanzia?
  7. Che nome daresti al personaggio di un fumetto creato da te?
  8. Il piano della serata per un primo appuntamento.
  9. Le più importanti tra le cose per cui vale la pena vivere.
  10. Quale frase diresti a qualcuno, che in passato non hai avuto il coraggio di dire?

 

Ed ecco i blogger nominati da me:

Mi annoio un po’

Il ripostiglio di margaret

Mollichine

Convivio

Possibili Pensieri

Talenti sprecati

Le cose succedono

Strega comanda colori

Si riparte da zero

In the Kaos

 

Ognuno è stato scelto per diverse ragioni,  lo sguardo con cui osserva, un intento interessante, una scrittura da incoraggiare. Spero sia da buon auspicio per tutti loro e per i loro progetti!

Buon divertimento!

 

Ombre e Nebbia

Oggi é una domenica strana, in cui sono uscita poco vestita, sfidando il freddo e il vento gelido del nord.
Non mi importava nulla, solo di poter scrivere ancora qua.
Non mi importava nulla, se non di pigiare i tasti di questa tastiera unticcia e consunta, in un atto che mi era mancato.
Settimane senza internet, nel nuovo monolocale, soffocante, isolato e troppo denso di oggetti altrui. Mi aggiro ancora come un ospite, capitata lá per sbaglio, giá sapendo che non mi verrá mai in mente di associare a quelle mura il senso della casa.

Sono qua, in un piccolo negozio turco con qualche postazione internet. Siamo solo io e il signore baffuto che ogni tanto mi lancia occhiate durevoli e insistenti, tra il languido e il curioso.
Sento le folate di vento che lasciano muovere l’insegna bicolore a cadenze regolari, come una sinistra culla all’incontrario che cigola, lamentando forse l’arrivo del temuto inverno.

Un anno fa ricordo che mi affacciavo alla finestra e tutto ció che vedevo erano enormi fiocchi di neve e neve, neve ovunque. Sui muri impregnati di graffiti e colori, sui rami degli alberi che si stagliavano come nodose mani di streghe, sui davanzali di tutte le finestre, come a volersi infilare anche nei rifugi degli uomini, in un biancore che non lasciava scampo. Io ne osservavo la tenace distesa e pensavo che la neve forse non l’avevo mai conosciuta davvero. Non cosí. Lei che scendeva senza sosta, senza lasciarmi il tempo di correre fuori a posare le mie ombre sul selciato, a lasciare una piccola traccia in memoria dei miei giochi di bambina. E per questo uscivo poco, se non per i colloqui di lavoro. che si susseguivano eleganti e monotoni come il completo elegante con cui mi abbigliavo. La fine sempre uguale: una decisa e confortante stretta di mano, uno sconfortante “le faremo sapere”.
Poi la neve si é sciolta e il lavoro é arrivato. La vita ha ricamato qualche disegno in piú nella trama monotona e fin troppo lineare dei miei giorni di giovane immigrata.

Un anno é trascorso, e io oggi sono di un umore troppo strano per scorrerne i bei momenti attraverso la lente dorata della nostalgia. Sono di un umore sfuggente, di ombre e di nebbia. Forse proprio perché é la prima domenica fredda di questo inverno che tarda a ingranare e che mi lascia stupita, in attesa di qualcosa di implacabile e incazzato come il freddo, ma in qualche modo necessario, purificante. E mentre io lo aspetto, questo imprevedibile inverno, aspetto anche lei, M., che compaia su Skype e che la possa sentire. La sua voce. I frammenti della sua vita londinese, che io colgo piú dai suoi occhi verdi che non dal tono delle sue parole. È sempre stata brava a mentire. A se stessa. E poi a me.

Mi chiedo oggi quali traiettorie inaspettate prenderanno le storie che le accadono e che mi racconta, cercando sempre di cogliere sensi e spiegazioni e fare ordine in un caos a lei necessario. L’attesa ha sempre fatto parte della nostra amicizia. Da quando la conobbi ho passato lungo tempo ad aspettare e forse lei ad aspettare me. I reincontri, poi di nuovi gli addii, le festicciole di saluto prima delle rispettive partenze, i compleanni (ci tiene cosí tanto lei, ai compleanni), le giornate di fuga di quando eravamo ragazzine.

Il mio cuore palpitava come un tamburo, quando aspettavo che passasse a prendermi per recarmi con lei nella discoteca di un paesino a qualche chilometro dal nostro. Era il nostro gran segreto. Lei arrivava, mi faceva uno squillo e il display dell’ormai obsoleto nokia 3310 giallo-verde illuminava la stanza buia di quei lontanissimi sabato notte delle nostre adolescenze. Io sgattaiolavo in silenzio dalla porta del piano di sopra. L’adrenalina mi avvolgeva come un vestito stretto, come una seconda pelle. Il pezzo di strada che separava il  cancello di casa dalla sua macchina lo facevo di corsa e il rumore dei tacchi nell’asfalto della notte era l’unico rumore che mi concedevo di lasciar sfuggire al perfetto e ordinato svolgersi di quelle nostre fughe. Poi la macchina si faceva piena della nostra allegria, delle nostre risatine isteriche, incontrollate e della musica che ci faceva volare cosí in alto, fino al picco della nostra piú innocente giovinezza.

E allora via, scorrevamo nel buio della notte, unite come forse mai piú lo saremo. O forse, sí e questa incolmabile distanza passerá e un giorno torneró a capire le sue trame traboccanti di dettagli e lei i miei strani desideri di continue troppo ponderate domande. Ma non é poi nemmeno questo l’importante. Che questa oscura distanza che si é creata col tempo e con le fasi e con i cambiamenti e i ripensamenti si colmi o no, quel che conta é solo che ci unisce ancora il cuore. Lo fa sempre, anche quando la detesto, anche quando lei odia certi modi miei. Il cuore é il mio e il suo, e in certi momenti battono all’unisono, perché sará che siamo donne e la stessa bizzarra natura ci accomuna e ci troviamo a volte a credere che una é cresciuta piú dell’altra, a volte entrambe felici e lontane, o perdute e vicine.

Il piú delle volte ci troviamo semplici e solo noi, col nostro strano ma umano equilibrio, i volti avviati alle crisi dei trent’anni e le nostre domande, che sono imperdonabili e bellissime, come la vita stessa.

Sformato di Blog!

Questa è la prima esperienza di blog della mia vita e di conseguenza anche la prima volta in cui mi confronto con la domanda: e di cosa scrivi esattamente? Di cosa ti occupi?

– Non so…di me. Di quel che mi passa per la testa…

– Ma noooo! Questo non interessa più a nessuno ormai! Bisogna essere mirati! Se vuoi che ti seguano devi essere originale, scrivere qualcosa che non ha mai scritto nessuno ecc ecc ecc ecc. 

 

E invece no. 

Non è questo lo spirito con cui questo progetto nasce. Non c’è nessun ambito in cui possa sentirmi così esperta da dar vita a un manuale di qualcosa o dispensar consigli e segreti. Se la gente legge perché è alla ricerca di qualcosa che serve, sia essa una ricetta, un bricolage o un esempio da imitare per migliorare la sua vita, mi riservo il diritto di continuare a credere che ci sia anche chi legge perché ama semplicemente ritrovarsi in atmosfere e sentimenti altrui, condivisi e trasmessi dal potere dello scrivere. La scrittura è in fondo sempre un fatto personale, che racconta del nostro sé e che di per se ha un tratto unico, irripetibile. 

 

Scrivo, cucino, amo, piango, fotografo, mi incazzo, rifletto, leggo, sfanculo la gente, mi metto a dieta, interrompo la dieta, viaggio, sogno, risparmio, mi sento fragile, poi fortissima. Urlo, poco spesso purtroppo, disegno, scarabocchio, chiudo gli occhi, sento, investo dei pensieri sui film che vedo. Progetto.

E il blog sarà questo, un contenitore di idee, con al centro una tra le migliaia di individualità, una goccia in un mare.

E allora sì, questo è uno s-formato di blog. Ci metterò quel che trovo e se la ricetta sarà buona o meno si vedrà.

 

Al momento quel che importa è che un nuovo anno comincia e qualche instancabile ardito continua a sparare gli ultimi botti rimasti da ieri. Gruppi di ragazzini turchi si riversano ancora per le strade, mescolando risate a scoppi di petardi di diversa intensità. Alcuni delle loro piccole bombe illuminano il cielo di mille colori. Fissandomi su uno di essi aspetto che svanisca nel nulla prima di aprire la consueta pagina dei buoni propositi, vecchia tradizione che porto avanti da quando ero bambina. Con la differenza che le liste che compilavo un tempo erano lunghissime e variegate, mentre ora si restringono e i desideri si rendono più difficili da attuare. E se a dieci anni mi riproponevo di acquistare i pastelli e le tempere colorate e la tela e il cavalletto, e se forse a ottant’anni chiederò solo di avere meno acciacchi e dolori, oggi mi auguro soprattutto di trovare le risposte.
Sono state tante infatti le domande di questo 2013 appena concluso e ora uno stato di attesa si profila. Attesa e ricerca, a caccia di segnali che mi facciano capire se la direzione che ho scelto è quella giusta, se la mia pancia e il mio cuore accompagnano la  mente. 

E che questo 2014 sia finalmente l’anno di un addio, un po’ particolare. Che un nuovo attacco alla crisi possa realizzarsi grazie a buone dosi di ottimismo e che si possa continuare a lavorare e continuare a cercare quando non si ha da lavorare.
Che la scrittura o qualsiasi passione che ci rende vivi possa esserci compagna e che l’amore venga nutrito costantemente.
Mi auguro che certe persone amiche continuino a camminare con me e che io possa aprirmi verso il mondo e il futuro con sempre più fiducia. Che i sacrifici che farò per risparmiare e costruire siano accompagnati dalla realizzazione dei miei sogni.

Che le risate e le chiacchiere e i sorrisi amici non manchino mai.

E che si possa godere di attimi di intensa poesia e bellezza che renderanno luminoso l’intero anno vissuto.

 

Auguri, a tutti.

 

 

 

Piastrelle Verde Acqua

Poi venne il sole, sulle pareti di piastrelle verde acqua della casa sul viale. Cucinavo una pasta  con mani tremanti, cercando di ricompormi, di riprendere il controllo dopo l’incredulità della fine di quella fervente attesa. Tutto quell’aspettare il tuo arrivo, le volte in cui avevo immaginato quel momento, il tuo rientro…erano finiti…e tu eri realtà, là, di fronte a me.

E quella che provavo era una gioia intensa, un’emozione così forte e al tempo stesso così precaria, da farmi tremare le mani, mentre tagliavo l’aglio con quel grosso coltello dal manico d’osso, ti ricordi?

Lo sapevi che mi sentivo danzare in cima a un castello di carte?

Le crepe infatti si crearono presto.

Nel tragitto dalla piazza a casa già sapevo, che il nostro rapporto si sarebbe costruito su quello squilibrio che ci saremo portati dietro fino all’ultimo giorno.

E tra l’inizio e la fine ci sono stati tanti personaggi le cui vite si sono incrociate e i destini si sono uniti grazie al nostro incontro. Come lucciole ci ronzavano attorno seguendo imperscrutabili traiettorie in questa strana entropia di cause ed effetti. Ogni tanto, mi chiedono che ne fu di quella vecchia storia.

Posso solo rispondere che io in qualche strana maniera amavo.
Amavo un bizzarro, malconcio e imperfetto noi. Amavo quando ci perdevamo nelle passeggiate a spasso indietro nel tempo, e ci raccontavamo le nostre storie. E così i nostri antenati tornavano vivi, come se Zia Rosina stesse ancora raschiando via il grasso dalle pentole con la cenere alla fine di via Nazionale. 

Ma forse questo era l’unico momento che potevo davvero amare, l’unico nel quale tu eri tu ed io ero io e quella privazione di sentimenti, quella lotta per il bilancio di entrate e uscite delle nostre esistenze finalmente si interrompeva. 

Nel resto del tempo tu rientravi e ti chiudevi nelle tue dannate roccaforti, nei silenzi insoddisfatti di chi non ama in principio la persona che è. Mi hai lasciato odiare persino la tua musica. Quei tuoi strumenti che occupavano letti, scrivanie, divani e pavimenti delle tre case in cui sei stato…la loro magia a cui non ti sei mai voluto piegare veramente, una gabbia di vetri trasparenti, dove tutto sembra in comunicazione e libero, ma non lo è…

Le tue mani che pizzicavano corde, scrivevano parole di Rino Gaetano, digitavano i tasti di Skype per sentire voci lontane di genitori altrettanto lontani e non solo fisicamente…
le tue mani che accendevano sigarette, accarezzavano il mio viso sempre più stanco, che si allontanava bramando  altre strade, possibili altri sogni, possibili possibilità del possibile…

E le mie di mani… in cerca di anelli che mi facessero sentire davvero donna perchè donna non mi ci riuscivo a sentire affianco a te. Accarezzavano la mia immagine allo specchio, quella me, straniera e sconosciuta a me stessa. Toccavano pentole e padelle e buste della spesa e si intrecciavano alle tue per recitare meglio la parte della bella fidanzata.

Ma in quel teatro c’era poco da recitare a ben vedere. Poco cinema, poche cene romantiche, pochi viaggi, zero progetti, mille paure..incuneate tra la mia presenza-assenza pesante come un’incudine e le serate dove tu fingevi che andasse tutto per il meglio. E invece i problemi erano sempre in bella vista, urlanti e opprimenti, quando noi continuavamo a voltarci dall’altra parte per non vederli.  

Infine, la casa, quell’unico progetto in cui abbiamo buttato tutte le nostre speranze. Erano lì, le nostre speranze, tra il pavimento e la cucina, e gli angoli del salotto ampio e luminoso e col parquet fatto a nuovo. Le abbiamo fatte crescere noi, le speranze, le abbiamo nutrite come animali affamati, le abbiamo fatte diventare così grandi da non poterle nemmeno contenere. Queste aspettative che poi sono andate a male, sono scadute, ripiegandosi su se stesse fino ad implodere e lasciare solo l’odore di candele spente, quando la festa è finita e si può solo andare via…

Abbiamo indugiato tanto prima di andare via. Abbiamo provato a riaccendere la miccia, far andare di nuovo la musica, riaddobbare la stanza, ma in realtà quella festa era già finita da un pezzo. L’abbiamo organizzata male, non l’abbiamo mai amata, ci siamo annoiati e lamentati di come tutto fosse così opprimente, fino a ritrovarci faccia faccia a dirci che non vedevamo l’ora di andarcene…

E poi il resto è storia…

Gatto-sofia

 Passeggiando tra la scacchiera di strade che compone Neukoelln ho trovato un piccolo angolo, che ha catturato il mio interesse. Si chiama Pee Pees Katzencafè, è un bar che è anche la casa di Pelle e Caruso, due grossi mici, piuttosto tolleranti nei confronti dei clienti che tra cioccolate calde e caffè allungano la mano per coccolarli un po’. Grattini, fusa, testate, miagolii, tutto si fonde in un universo gattesco che infonde un po’ la pace del luogo sacro.

Nei miei cinque minuti di felinità, lasciandomi alle spalle tutto lo stress lavorativo, una serie concatenata di pensieri un po’ banali ha assunto toni profetico rivelatori.
Ne ho dedotto che cercherò di ricordare che rendersi gatto ogni tanto fa bene. Liberarsi dalla disperata attesa di qualcuno che soddisfi i nostri bisogni, per imparare invece a vestire i panni nell’indipendenza felina. Non è solitudine, è concentrazione su se stessi ma con uno sguardo accogliente e curioso verso gli altri.

Per non parlare dell’acciambellarsi ronfanti in superfici calde e morbide per sonnecchiarvi ore e ore.

 

Decisamente vorrei rinascere gatto.

 

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